Alle prese con umidità,
temperatura e…


“Comperare del buon vino e poi non averne cura è come appendere un quadro d’autore in un angolo buio, tenere un purosangue in scuderia o lasciare che la polvere si accumuli sulla carrozzeria di una Rolls-Royce”.
Devo ammetterlo: è stata questa frase di Hugh Johnson a convincermi che era arrivato il momento di affrontare un problema che rimandavo da mesi. Da qualche tempo mi ero accorta che la mia passione per il vino andava crescendo e, di pari passo, cresceva il numero di bottiglie che si andavano accatastando nella dispensa.
Non solo: a un certo punto mi sono resa conto che aumentava anche il costo di ciascuna bottiglia, perché avevo cominciato ad avventurarmi in terreni più impegnativi. E se lasciare in un qualsiasi scaffale una ventina di bottiglie da pochi soldi non era un problema, diversa la questione se la “riserva” si fa ben più consistente.
Non potevo rimandare oltre, dovevo trovare una soluzione. La prima cosa che ho fatto è stata girare per biblioteche e librerie alla ricerca di manuali del perfetto appassionato di vino. Non con moltissima fortuna, a dire il vero, a ulteriore riprova che i grandi guru danno per scontati i punti di partenza. Però, devo ammetterlo, qualcosa ho trovato e ho iniziato a leggere.
Con una complicazione: ovviamente con amiche e amici parlavo di questa mia passione, al punto che in poco tempo sono stata considerata – immeritatamente – una specie di esperta. E appena si è diffusa la voce che stavo pensando di farmi una cantina vera e propria le domande si sono centuplicate: a quale temperatura devo conservare le mie bottiglie? E l’umidità? Sdraiate o in piedi? Ci vuole la sabbia per terra? Gli scaffali devono essere per forza di muratura o è meglio il legno?
Ero nei guai. Quella che – in fondo – era nata come una conseguenza della mia innata voglia di ordine, si era trasformata in una sorta di prova del nove del mio “sapere di vino” e delle varie vicende connesse. L’amor proprio ha naturalmente vinto e mi sono ritrovata a leggere, chiedere, sperimentare, confrontare le varie tesi. Non ho abbastanza spazio per citarvi la bibliografia che ho consultato e, francamente, sconsiglio a tutti di ripetere il mio percorso, perché ognuno dei vari trattati, trattatelli, opuscoli, enciclopedie, manuali, dispense o videocassette da me consultate dava risposte non solo vaghe, ma spesso contrastanti.
Volete un esempio? Da qualche parte ho letto che un vino conservato a 20 gradi centigradi dimezza la sua capacità di invecchiamento. In un altro, autorevolissimo saggio si legge “… basta che la temperatura sia costante e compresa tra i 7 e i 21 gradi”.
Lungi da me l’unirmi alla schiera di tanti più o meno validi suggeritori, credo sia meglio che mi limiti a raccontarvi la mia esperienza, chiedendovi di correggermi se sbaglio: se qualcuno di voi avesse sperimentato soluzioni che dimostrano che la strada che ho scelto è un suicidio, per favore me lo segnali, così potrò dormire sonni molto più tranquilli. Sono assolutamente pronta a organizzare perfino una tavola rotonda se servisse ad allontanare da me il più piccolo dubbio in materia.
Un primo bivio mi si è subito parato davanti: quante bottiglie devo conservare? Al momento in cui ho iniziato il mio viaggio ne avevo un centinaio. Immediatamente prendo in considerazione uno di quei frigoriferi dove ogni scaffale può avere una temperatura differenziata, una soluzione comoda ed elegante ma con due piccoli limiti: una capienza limitata (che poco si adatta al mio fuoco sacro enologico) e un costo certo non indifferente. Non vedo altra via d’uscita – avendone la possibilità – se non sgomberare una piccola stanza nel seminterrato e rassegnarmi a usarla per altri scopi.
Sì, ho optato per questa soluzione, perché aggiungendo qualche centomila lire al costo del frigorifero ho acquistato un piccolo condizionatore. Non vi faccio perdere tempo raccontandovi di buchi nel muro, isolamento delle pareti, rivestimento atermico della porta e altre banalità del genere che mi hanno fatto ripensare con una certa nostalgia al frigo. Salto subito alle piastrelle della mia stanzetta nel seminterrato che – colpevolmente ma, mi illudo, saggiamente – non mi sono nemmeno sognata di strappare per lasciare spazio alla più consona sabbia. Ho poi optato per una comoda scaffalatura in legno, trattata con impregnanti disinfettanti e fungicida consigliatimi come soluzione perfetta dal mio colorificio di fiducia e – dopo una ventina di giorni all’aria aperta per allontanare definitivamente qualsiasi residuo maleodorante – l’ho finalmente sistemata nella mia nuova cantina.
Devo dire che ormai tutto era pronto: mancavano solo le “impostazioni generali”. Per la temperatura ho optato per uno standard di 18 gradi (i 15 ottimali richiedevano una ricarica mensile – e costosa – del condizionatore) con qualche grado di tolleranza ma in spazi temporali piuttosto lunghi.
Risolta con una certa faciloneria – lo ammetto – la questione temperatura, dell’umidità non so ancora oggi cosa pensare. C’è chi dice che il 70 per cento è ottimale, chi aggiunge che in questo caso bisogna proteggere le etichette con apposite “veline” per fare in modo che non si rovinino e sulle altre tesi lascio spazio alla vostra fantasia. Essendo comunque una persona pratica ho pensato che l’umidità serve a preservare l’elasticità del tappo, problema che avrei bellamente risolto semplicemente tenendo le bottiglie sdraiate, non sapendo che in questo modo avevo evitato di perdermi in un’altra diatriba tra “orizzontalisti” e “verticalisti”: i primi a sostenere – a seconda delle fazioni – che tutte le bottiglie o solo i rossi prediligono tale posizione, i secondi a difendere a spada tratta che, se l’umidità è corretta, sdraiate o in piedi le bottiglie dormono comunque il migliore dei sonni indipendentemente dal colore del contenuto. (Sui rosati, razza misconosciuta e quasi maledetta, non uno che abbia speso anche una sola parola).
Ovviamente ho dovuto convincere un elettricista a modificarmi l’impianto di casa, in modo che nella mia quasi pronta cantina ci fosse una debole luce generale e la possibilità di accendere piccole lampadine supplementari a seconda dello scaffale che avrebbe attirato la mia attenzione. Fatto anche questo ho cominciato a disporre le mie bottiglie e mi sono resa subito conto che le file sottostanti erano praticamente irraggiungibili se non volevo rovesciare a terra quelle che vi stavano sopra. Un metro, una matita e un pezzo di carta sono bastati a fare un elenco delle piccole assi di legno che mi hanno consentito di dividere ulteriormente in altezza i vani del mio scaffale, evitando equilibrismi strani e pericolosi.

Insomma, le mie bibbie una cosa giusta la dicevano: per chi abita in città quasi quasi conviene comperare le bottiglie che servono per un tempo limitato ed evitare stoccaggi complessi, perché l’ideale è una grotta in una zona deserta, senza rumore alcuno e perfettamente buia, con una umidità costante dal 60 all’80 per cento e una temperatura assolutamente inchiodata sui 15 gradi, sia che fuori ce ne siano 3 o 47. Ah, dimenticavo una semestrale mano di calce viva onde disinfettare il tutto. Visto che ho deciso di vivere all’interno del consorzio umano non ho potuto ascoltare questi saggi consigli e ho trovato la mia personale scorciatoia verso la beatitudine. A distanza di qualche anno ne sono perfettamente soddisfatta e non mi pare che i miei barolo o i miei bianchi friulani si trovino a disagio nella loro casetta.
Mi fermo qui , ma riprenderemo il discorso presto, perché non è mica finita qui!…

Carlo Macchi Andrea Petrini Roberto Giuliani Luciano Pignataro Sefano Tesi Kyle Phillips Lorenzo Colombo Angelo Peretti


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