Ho stappato una bottiglia del 1993…

Ho stappato una bottiglia del 1993. D’olio, però!

Uno dei topoi letterari e recensori più cari a noi grafogastrici è quello della bottiglia dimenticata in cantina e da lì miracolosamente riemersa per il nostro (è ovvio) sollazzo.
Infatti ieri mi è successo esattamente questo: dal fatidico scatolone-regalo è spuntata una scatoletta di dimensioni strane. Dentro c’era una boccia da 0,50.
Le condizioni in cui, dal 1993, essa giaceva erano perfette per posizione, temperatura, oscurità, assenza di odori e perfino rumori. Infatti il contenitore non mostrava segni di cedimento: tenuta perfetta, nessuna perdita, livello giusto.
Dev’essere un vinsanto o qualcosa di simile, ho pensato.

L’ho avvicinato meglio alla luce e non credevo ai miei occhi: era invece una bottiglia di olio extravergine dell’az. Agr. La Buca – Montauto di San Gimignano, imbottigliata come da stampigliatura sull’etichetta il remotissimo 3 dicembre 1993. Insomma 23 anni fa.

Ora: di bere vini vecchi, vecchissimi, ovviamente anche più vecchi del 1993 è di sicuro capitato a tutti quelli che si occupano di enogastronomia. Ma di assaggiare un extravergine di quell’anno a quanti è capitato? Un olio, lo risottolineo, chiuso e conservato alla perfezione?

Credo, presuntuosamente, a nessuno.

E quindi non ho potuto resistere alla tentazione di stapparlo con ogni cura e di riferirvi, non foss’altro che per appagare la vostra e (più che altro, forse) la mia curiosità.
Una curiosità vorace, lo ammetto. Perché ritengo che l’esperienza a cui mi sono sottoposto sia davvero unica e da tenere a memoria.

Cominciamo.

Colore: non è, notoriamente, un elemento attendibile per la valutazione di un extravergine, ma visto che da un prodotto ultraventennale ci si aspetterebbero cromie orripilanti, ve lo descrivo lo stesso. Anche perché, a sorpresa, l’olio rivela un bel verde ancora limpido, niente affatto ingiallito né tantomeno venato di certe note arancio/marroni che connotano gli olii rimasti lì per troppo tempo e con troppa luce.

Naso: dire che è perfetto sarebbe troppo. Non lo è affatto, anzi. E denuncia piuttosto una certa, fatale corruzione che si intensifica rapida col passare dei minuti. Dall’immediato sentore di rancido si passa velocemente a quello di inacidito intenso. Pessimo all’olfatto, insomma. Ma niente di ferale o di esiziale come ci si potrebbe immaginare. Mi ha ricordato casomai quel condimento “apprezzato” in un ristorante lombardo qualche mese fa e spacciato, si capisce, per extravergine. Con la differenza che quello non aveva certamente quasi un quarto di secolo sul groppone.

Ed eccoci a momento più delicato: l’assaggio in bocca. Da punto di vista tattile si nota subito che la densità è notevole, quasi viscosa direi, al punto che è difficile “succhiarlo”. Il primo impatto è di un prodotto molto stanco, che mette in campo rancido e muffa subito riscontrabili anche in sede oronasale. Sensazione che perdura, senza però peggiorare col trascorrere dei secondi. Un gusto sgradevole quindi, ma non inavvicinabile né peggiore di tante porcherie che si comprano a pochi euro al supermercato o si usano per uccidere l’insalata in trattoria.

Ecco, questo è il risultato di una degustazione certamente inusuale e coraggiosa, eppure anche altamente didattica. Al punto che, se ne avrò o ne avessi la possibilità, potrei anche mettere in cantiere una verticale.

Chi mi dà una mano con i prodotti d’annata e chi se la sente di far parte del panel?
Stefano Tesi


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