Picolit

“Non credo vi sia in Italia vino più nobile di questo. […] Le sue qualità lo renderebbero […] ciò che per la Francia è lo Château d’Yquem”. Così Luigi Veronelli, indimenticato pioniere nella valorizzazione del patrimonio enogastronomico italiano, raccontava il PICOLIT nel suo “Vini d’Italia”.

Per comprendere l’unicità di questo “piccolo” capolavoro friulano è necessario addentrarsi nelle vigne sparse sui colli udinesi, tra Cividale e il Corno di Rosazzo, fino al Collio Goriziano, alla scoperta dei pochi ettari – poco più di una cinquantina – destinati alla coltivazione del vitigno autoctono, tanto prezioso quanto difficile da allevare. La scarsa produttività della pianta appare subito chiara alla vista: i grappoli appesi ai tralci si mostrano disadorni, spogli, con piccoli e sparuti grani a descriverne la forma. Tutto questo trova spiegazione in un fenomeno caratteristico della varietà, chiamato “acinellatura” (tecnicamente “acinellatura per fiori ginoidi a stami riflessi”): il polline destinato alla fecondazione dei fiori femminili è quasi totalmente sterile, pertanto ne consegue un vero e proprio “aborto floreale” e solo poche bacche si ingrossano in acini.
Tale peculiarità, apparentemente negativa, determina tuttavia la vera fortuna del Picolit; tutta la preziosa linfa nutritiva della pianta è destinata ai pochi grani giunti a maturazione, che pertanto concentrano uno straordinario potenziale di zuccheri e aromi.
E’ facile comprendere quanto sia appropriato definire il Picolit “raro e prezioso”. Per ovviare alla scarsa produttività, spesso le piante di picolit sono allevate vicino ad altre varietà, come il verduzzo friulano, che possano fungere da impollinatici, ma le rese restano inevitabilmente molto basse e tendono a non superare i dieci quintali per ettaro.
L’uva, vendemmiata tardivamente a mano in più riprese, viene quasi sempre destinata ad un ulteriore appassimento – non obbligatorio – in cassette sovrapposte, di legno o di plastica, collocate nei “fruttai”, locali dotati di buona aerazione. I produttori della zona, tuttavia, impiegano anche altre tecniche quali l’utilizzo di graticci a piani o reti verticali alle quali appendere i grappoli uniti a propri tralci. I tempi di appassimento variano da poche settimane a tre mesi. I produttori affidano la lunga fase fermentativa, che si protrae generalmente per tutto l’inverno, a barrique nuove di media tostatura, nelle quali il vino completa anche l’affinamento.

La produzione del Picolit è regolata dai disciplinari della Docg Colli Orientali del Friuli, delle relative sottozone Cialla e Rosazzo, per le quali è prevista anche una versione Riserva, e della Doc Collio Goriziano.

Recuperare una bottiglia di questo nettare friulano non è cosa facile, tanto meno economica, ma il sacrificio è certamente ripagato. Il colore che mette in mostra spesso si allontana dagli sfarzi dorati di altri vini della categoria e appare giallo paglierino inteso e luminoso. Tuttavia nelle versioni più invecchiate assume tonalità oro antico o ambra. L’eleganza discreta della veste trova riscontro impeccabile nei profumi che giungono fini, delicati, con note floreali di glicine, miele di tiglio e d’acacia, pesca sciroppata, frutta secca, agrumi canditi, fichi secchi e squisiti profumi di pasticceria. In bocca il tenore zuccherino varia a seconda delle produzioni dall’amabile al dolce, ma l’equilibrio è sempre garantito da un’acidità vivace.

Già conosciuto in epoca romana, il Picolit divenne famoso presso le corti di tutta Europa nel settecento, grazie al conte Fabio Asquini di Fagagna, il quale ebbe il merito produrlo su larga scala – le vigne all’epoca si estendevano dal Collio fino a Conegliano Veneto – come alternativa al Tokai ungherese, esportandolo in apposite ampolle di vetro verde chiaro, da un quarto di litro, soffiate appositamente a Murano. Del “Picolitto”, che deriva ragionevolmente il proprio nome dalle dimensioni ridotte dei suoi acini, nell’Ottocento non si ha quasi più traccia, fino agli ultimi decenni del secolo appena concluso, nei quali la caparbietà di alcuni produttori locali e del Consozio di tutela lo ha ricollocato nel tempio dell’enologia nazionale, quale straordinario patrimonio esclusivo del Friuli.
Stefano Francavilla

 

Carlo Macchi Andrea Petrini Roberto Giuliani Luciano Pignataro Sefano Tesi Kyle Phillips Lorenzo Colombo Angelo Peretti


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